venerdì 28 agosto 2009

Ancora qui.



Ancora qui. Perchè non ha senso far finta di aver dimenticato il blog. Perchè non è il blog che con la sua presenza mi spinge a scriverci su. Sono io che devo scriverci su. Che lo voglio proprio.
"Ma finalmente arriva il giorno che tu fai pace con te.."
Inutile fare promesse.. sono tornata ma non so quanto resterò. Può darsi che tra 4/5 post sparisca di nuovo, sommersa non si sa bene da quale calamità naturale. Come può darsi che riesca davvero ad affezionarmi all'idea che scrivere, che io lo voglia o meno, è l'unica cosa che mi può salvare. Dalla calamità naturale non meglio specificata di cui sopra, per l'appunto.
"..capire il vento la ragione il momento.."
E in questo secondo caso allora sì che la rete, che il mondo bloggers mi avrà perennemente alle calcagna.. come una cozza testardamente abbarbicata ad uno scoglio. Che gli scogli, prima o poi, vanno affrontati. Vanno guardati in faccia e affrontati. Troppo facile dirsi che non c'è tempo, che il computer è lento e la fantasia risente della crisi. Panzane. Tutte sacrosante panzane che da qualche mese a questa parte mi sono sparata nelle cuffie con la ridicola speranza di autoconvincermene. Che poi questa è un po' la storia della mia vita: quasi 24 anni di favole. A partire da quelle che mi raccontavano o che leggevo da piccina (forse le più veritiere di tutte, concludo ad oggi col senno di poi), passando per quelle tanto potenti quanto patetiche della sempre tremenda adolescenza, arrivando a questa età che definire non so.. l'età della disillusione? Ma magari! Adesso regnano incostrate le favole dal retrogusto dolceamaro. Le favole del tipo "vedo-non vedo".. che crescere prima o poi dobbiamo farlo tutti, ma io no, io forse mi credo tanto speciale da poter auto-esonerarmi.. io ogni sacrosanto giorno afferro decisa il libretto delle giustificazioni, scrivo "assente" e a fianco appongo fiera e soddisfatta la mia illustre firma. Il libretto delle giustificazioni. Perchè, per l'appunto, mi fingo di andare ancora a scuola, io.
"..spogliarsi di ogni certezza, inseguire un canto.."
Bè comunque sono tornata. Per quanto possa valere. Cioè meno di zero. Ma i numeri negativi a cosa servirebbero, altrimenti?
"..anche se per gli altri sarà.. follia.."

venerdì 29 maggio 2009

Schifezze.


"Che succede, Pekisch?"
(...)
"Schifezze" rispose.
"Cosa sono le schifezze?"
"Sono cose che nella vita non bisogna fare."
"E ce n'è tante?"
"Dipende. Se uno ha molta fantasia, può fare molte schifezze. Se uno è scemo magari passa tutta la vita e non gliene viene in mente neppure una."
La cosa si complicava. Pekisch se ne accorse. Si tolse gli occhiali e lasciò perdere Jobbard, i tubi e le altre storie.
"Mettiamola così. Uno si alza al mattino, fa quel che deve fare e poi la sera va a dormire. E lì i casi sono due: o è in pace con se stesso, e dorme, o non è in pace con se stesso e allora non dorme. Capisci?"
"Sì."
"Dunque bisogna arrivare alla sera in pace con se stessi. Questo è il problema. E per risolverlo c'è una strada molto semplice: restare puliti."
"Puliti?"
"Puliti dentro, che vuol dire non aver fatto niente di cui doversi vergognare. E fin qui non c'è niente di complicato."
"No."
"Il complicato arriva quando uno si accorge che ha un desiderio di cui si vergogna: ha una voglia pazzesca di qualcosa che non si può fare, o è orrendo, o fa del male a qualcuno. Okay?"
"Okay."
"E allora si chiede: devo starlo a sentire questo desiderio o devo togliermelo dalla testa?"
"Già."
"Già. Uno ci pensa e alla fine decide. Per cento volte se lo toglie dalla testa, poi arriva il giorno che se lo tiene e decide di farla quella cosa di cui ha tanta voglia: e la fa: ed eccola lì la schifezza.
"Però non dovrebbe farla, vero, la schifezza?"
"No. Ma sta' attento: dato che noi non siamo calzini ma persone, non siamo qui con il fine principale di essere puliti. I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire pur di star dietro a un proprio desiderio. Si fa la schifezza e poi la si paga. E solo questo è davvero importante: che quando arriva il momento di pagare uno non pensi a scappare e stia lì, dignitosamente, a pagare. Solo questo è importante. "
Pehnt stette un po' lì a pensare.
"Ma quante volte lo si può fare?"
"Cosa?"
"Fare schifezze."
"Non troppe, se si vuole riuscire a dormire ogni tanto."
"Dieci?"
"Magari un po' meno. Se sono vere schifezze, un po' meno."
"Cinque?"
"Diciamo due... poi se ne scappa qualcun'altra..."
"Due?"
"Due."
Pehnt scese dalla sedia. Camminò un po' avanti e indietro per la stanza, rimuginando pensieri e fette di frasi. Poi aprì la porta, uscì sotto la veranda e si sedette sui gradini dell'ingresso. Tirò fuori da una tasca della giacca un quadernetto viola: logoro, spiegazzato, ma con una sua dignità. Lo aprì con meticolosa cura alla prima pagina bianca. Prese dal taschino un mozzicone di matita poi gridò verso l'interno della casa:
"Cosa c'è dopo due sette nove?"
"Due otto zero."
"Grazie."
"Prego."
Lentamente e con meticolosa fatica Pehnt iniziò a scrivere:
280. Schifezze - un paio nella vita.
Stette un attimo a pensare. Andò a capo.
Poi si pagano.
Rilesse. Tutto a posto. Chiuse il quadernetto e lo infilò in tasca.

Tutt'intorno Quinnipak arrostiva al sole di mezzogiorno.



Tratto da "Castelli di Rabbia"
di Alessandro Baricco.

mercoledì 27 maggio 2009

E al diavolo tutto.



Che se cado una volta, una volta cadrò..


e da terra, da lì m'alzerò.


C'è che adesso che ho imparato a sognare, non smetterò.

mercoledì 20 maggio 2009

Oggi ho.


Oggi ho fatto colazione con caffèlatte caldo e biscotti inzuppati dentro.

Oggi ho spolverato la mia camera, spostato tutti gli oggettini-oggettucci sulle mensole e cercato di dare una parvenza di ordine al caos che puntualmente mi circonda. Nonostante tutto, nonostante l'impegno nel divellerlo.

Oggi ho corso, col "sole dritto in faccia e sotto la mia buccia che cosa mi farai" (cit. "Ti Sento" di Luciano Ligabue).

Oggi ho usato il mio immancabile bagnoschiuma al borotalco e, per la prima volta quest'anno, ho lasciato che i capelli si asciugassero in parte da soli. Fa già tanto caldo.

Oggi mi sono schizzata il naso risucchiando gli spaghetti al pomodoro.

Oggi ho usato la matita a righe gialle e nere con la punta bianca e rossa in cima - la classica matita di sempre e non l'anonimo portamine - per sottolineare il libro che sto studiando.

Oggi ho fatto acquisti: crema-corpo al lampone - fa già tanto caldo, ve l'ho detto, e ho voglia di qualcosa di fresco addosso - e taaaaanto, taaaaantissimo succo di frutta all'arancia rossa. Mi è presa voglia di arancia rossa, tutto di botto. Mai successo prima. Mai amata molto l'arancia.. bah.

Oggi ho scritto a Michela, che scriverle mi fa sempre un piacere immenso e mi pare quasi di averla qui, e non a centinaia di km di distanza. Ma prima o poi a Genova ci vengo, eccome.

Oggi ho sorriso guardando il peluche a forma di fiore vinto ieri sera alle giostre con Manu. Le giostre.. un piccolo mondo che viene e che va.. mi ci portava babbo e salivamo sugli aeroplanini senza vincere mai, oppure andavo nel calcinculo (ma quello per i bimbi e avevo addirittura paura a sbilanciarmi per afferrare il cordino - razza di bambina paurosa che sono sempre stata!- ), oppure nella giostra che gira in tondo e il mio posto era quasi sempre la carrozza della principessa o il cavallo che trotterella.


Oggi Pietro ha compiuto un mese. Sta iniziando a sorridere e credo non ci sia niente di più bello al mondo di un bimbo che sorride.

domenica 17 maggio 2009

Cose.



E' passato più di un mese ma, alla fine, sono tornata.

E' stato un mese fitto di cose, anche se chiamarle "cose" è terribilmente e orridamente riduttivo.

Innanzitutto va detto che mercoledì prossimo, mercoledì 20 maggio, Pietro compirà un mese. E' passato un mese anche per lui, il suo primo mese di vita. E' passato il mio primo mese in qualità di zia e non so davvero come spiegarvelo, come dipingervelo, come raccontarvelo. Forse è anche per questo che sono stata in silenzio così a lungo, per la mia solita irrazionale paura di sminuire gli eventi e le annesse sensazioni. Perchè quando certe "cose" sono talmente belle da lasciarmi senza fiato, io banalmente ammutolisco. Non ci provo nemmeno, mi ritengo automaticamente incapace di rappresentarle, di tradurle in parole. Mi nego il piacere, altrettanto importante credo, della condivisione. Datemi tempo, non ho intenzione di sparire di nuovo, non voglio più censurarmi.. datemi tempo e ve lo racconterò. Vi dirò com'è stato ricevere il messaggino di mio fratello: "E' nato Pietro".. d'altra parte il messaggino è ancora lì, nel mio cellulare. E so che non lo cancellerò mai.

Poi tante altre "cose". Meno mozzafiato, ma comunque "cose" di un certo spessore.

Tipo che circa due settimane fa è uscita la rivista con l'articolo che ho scritto sulla mia tesi. Ve ne avevo parlato, se non ricordo male. Vi avevo anticipato che sarebbe stato pubblicato il mio primo articolo. E anche qui.. anche qui sono ammutolita di fronte al mio nome scritto in alto, vicino al titolo. Anche qui mi sono chiusa a riccio, porca miseria.

E un'altra "cosa". Dieci giorni fa, nella casella di posta della mail universitaria, una segnalazione: in base al mio curriculum e al questionario compilato al tempo della laurea, mi veniva consigliato un corso di formazione in tecniche redazionali. Editoria, il mondo dell'editoria. Ieri l'altro: primo giorno di questo corso e già, un po' troppo ingenua e fantasiosa, mi ci sono sentita dentro, a quel mondo. Devo ancora metabolizzare, ma forse sono in tempo per evitare che le parole mi si prosciughino in bocca.. forse, tornando a scrivere qui, almeno questa "cosa" troverà il riflesso che merita.

Infine, tutta una serie di "cose" che non sono solo mie, ma che ovviamente in quel mondo arzigogolato che è la mia mente, vivo in un modo particolare.. tipo la primavera, tipo il pensiero che tra una settimana sarò a casa da sola con la micia per qualche giorno, tipo che quest'estate io e Vale ce ne andremo una settimana al mare e dire che ne ho voglia e bisogno è dire poco, tipo che mi guardo intorno e vedo sempre meno persone che mi conoscono davvero e questa cosa mi spaventa.. mi spaventa forse perchè la colpa, per buona parte, è anche mia, che non mi apro mai del tutto, che ammutolisco appunto, che piego la testa per adattarmi ad una certa immagine quando magari dentro sento tutt'altro. Tipo che sento il mio istinto gridarmi forte e chiaro di lasciarmi andare, di fare ciò che mi fa stare bene, di imparare ad essere un po' egoista, anche a costo di ferire, perchè non si può sempre sorridere e fingere, perchè forse sorridere e fingere è il vero modo di fare male, mentre essere sè stessi, a volte, è l'unica strada per essere (passatemelo) felici sul serio.

Tipo tante altre "cose" che racconterò, scriverò, vivrò.

Tipo che sono tornata e adesso vengo a salutarvi uno per uno.

lunedì 13 aprile 2009

Ecco il post sul terremoto.

Uno di voi, commentando uno dei miei precedenti post, ha scritto, tra le altre cose: ".. mi aspettavo un post sul terremoto".
Beh.. scusate per questo ennesimo prolungato silenzio.

Scusate se "sul terremoto" (lo scoop del momento, lo scandalo che fa sfregare le mani a Vespa, la notizia che fa luccicare di flash fotografici la capoccia di Silvio munita di elmetto.. la tragedia, in poche parole, che tra una settimana sarà già dimenticata) non ho avuto niente da dire.
Scusate se su tante altre piccole o grandi cose, di conseguenza, ho avuto ancora meno da dire.
E' che forse, me ne sono resa conto in questo periodo un tantinello tremendo, non sempre bisogna per forza dire qualcosa.
A volte anche il silenzio, consapevolmente o meno, puo' dire tutto quello che gli altri si aspettano da noi.
Chiudo promettendo di tornare quanto prima con le mie piccole grandi impressioni/cretinate sul mondo.
Chiudo stringendo la mano a quei porci che hanno costruito e continuano a costruire case, scuole, ospedali, studentati, l'Italia intera.. con la sabbia.
Un abbraccio forte all'Abruzzo.
Un abbraccio forte a te, Marianna, e ai tuoi cari. Che ieri, prima di iniziare un fin troppo abbondante pranzo pasquale, ci siamo fermati e vi abbiamo pensato tanto.

martedì 31 marzo 2009

"Fix you"... means for?

Mi rendo conto di avervi già tediato qualche post fa con i Coldplay.
Ma ultimamente, non so che mi prende, ste 2 canzoni mi frullano nelle orecchie in continuazione.
Stavolta, però, ho bisogno di voi.


When you try your best but you don't succeed
When you get what you want but not what you need
When you feel so tired but you can't sleep
Stuck in reverse
And the tears come streaming down your face
When you lose something you can't replace
When you love someone but it goes to waste.. could it be worse?
Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you
High up above or down below
When you're too in love to let it go
But If you never try you'll never know
Just what your worth
Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you
Tears streaming down your face
When you lose something you cannot replace
Tears streaming down your face and I
promise you I will learn from my mistakes
Tears stream down your face and I
Lights will guide you home
And ignite your bones
And I will try to fix you


Chi mi traduce "I will try to fix you"?
O, meglio, chi mi spiega come si può "fissare qualcuno"?
Intendo dire.. "fissare come"?


Guardare insistentemente (e se sì, i vostri occhi dritti nei suoi o di nascosto, magari da lontano?), immobilizzare (perchè?), stabilizzare (sì, ma come?), fermare (okay, ma dove?), imprimere nella memoria, stringere (sì, ma quanto?), avvolgere in una coperta o in un abbraccio, bloccare (d'accordo, ma per quanto?)..


E come decidete, voi, chi "fissare"? Chi "fissate" voi? Solo persone che conoscete bene, che vi regalano quotidianamente emozioni e sensazioni, o anche solo sorrisi o momenti condivisi?


Non vi capita mai di "fissare" qualcuno di cui non sapete nulla o quasi?

venerdì 27 marzo 2009

Io sono contenta di essere rappresentata dalla Santanchè.. e voi?


Ieri sera ad Anno Zero si parlava del famigerato quanto tormentato decreto legge sul piano-casa.

Un giornalista che, a mio parere, c'ha 2 palle GROSSE COSI' e che di nome fa Ferruccio Sansa, ha fatto un'osservazione intelligente e perspicace, facendo notare che ciò che può dare una spintarella all'economia non è soltanto la costruzione di nuove case (che poi magari rimangono sfitte) o l'ingrandimento del 20% di abitazioni già esistenti (che uno magari per farsi la verandina chiama 2 muratori e li paga in nero). Anche e soprattutto la ristrutturazione di edifici fatiscenti e crollanti - e in Italia ce ne sono parecchi - risulta utile a questo scopo, come Sansa ha dimostrato con tutta una serie di dati alla mano.

La Santanchè, ospite anche lei in studio, non sembrava approvare le parole del povero Sansa. Questo almeno mi è sembrato di intuire nei rari momenti in cui tentava di articolare qualche frase di senso compiuto. Del resto, infatti, era tutto un sventolare di qua e di là la sua chioma da puledra selvaggia, accavallare e ri-accavallare le gambe per inclinarsi in modo da offrire alle telecamere il suo profilo migliore (ma, mi domando, ce n'è uno?), ammiccare a Vendola e ripetere più volte "dai Nichi, io e te ci conosciamo bene...." 0_o

Ma quello che penso io è: la Santanchè contraria alle ristrutturazioni.

Il colmo.

Lei è la personificazione vivente di un edificio fatiscente e crollante ristrutturato a suon di botulino.

Che strani personaggi i politici italiani...

mercoledì 18 marzo 2009

Accarezzata da una voce così.

Cullata. Accarezzata. Coccolata.

Da una voce così.

Qualcuno fermi le lancette dell'orologio.

E non svegliatemi più.

lunedì 16 marzo 2009

Qualcuno chiami la neuro!

Sinceramente...

voi quanto scommettereste sulla possibilità che una matta del genere


riesca a pubblicare un, seppur stringato, articoletto su una, seppur locale, rivista dal titolo "Università Aperta"?

Io, detto tra noi, nemmeno mezzo centesimo.

Che c'è per davvero il rischio che poi questa Università, da Aperta, diventi Chiusa.

E invece...

A quanto pare...

A maggio...

Questo striminzito articoletto trattante l'argomento di tesi della suddetta matta apparirà proprio su cotale rivista...

Che tempi, io dico...

Che tempi!

sabato 14 marzo 2009

Oggi mi sento Yellow.



Una volta, una persona mi prese per mano e mi portò in cima al Monte Castellaccio, una modesta collinetta situata al centro del mio parco preferito. Era una sera di primavera. Forse d'autunno, non ricordo bene. Non ci fu bisogno di tante parole e, una volta in cima, mi mise gli auricolari del lettore mp3 nelle orecchie e spinse il tasto "play". Sorrisi e ci guardammo. Note e parole di "Sally" fra noi.


Ora, io so benissimo che certe cose non tornano nè tantomeno le si può richiedere espressamente. Certe cose ti vengono spontanee o non ti vengono per niente. D'altronde tanta acqua è passata sotto i ponti, io sono cambiata. Forse sono la stessa, non ricordo bene. Quella persona è uscita dalla mia vita, altre ne sono entrate. Ma io vorrei ritornare lassù oggi e vorrei che dagli auricolari uscisse Yellow. Vorrei ritornare lassù con qualcuno che abbia bisogno e voglia di Yellow almeno tanto quanto me. Qualcuno che capisca, senza bisogno di parlare. Qualcuno che sappia di cosa sto parlando.


Vorrei vedere Yellow tutt'intorno, perchè Yellow è primavera, Yellow è il colore dell'abito da sposa di mia madre, Yellow era il mio colore preferito da piccina, Yellow è come mi sentivo quando Marzo avanzava e a Imola stava per arrivare il Gran Premio, Yellow è un girasole gigante che vorrei qualcuno mi infilasse tra i capelli, Yellow è come vorrei che il mio nipotino dipingesse il mondo nei suoi primi disegni, Yellow è il mio cuore oggi: un po' più grande, pieno, trepidante, malinconico e nostalgico.


Si può avere nostalgia di qualcosa che non si ha ancora avuto?

martedì 3 marzo 2009

Un nuovo girone infernale: avari e golosi together.


"La pasta al ragù dicono fosse ben condita e cotta al punto giusto. E pagarla 1,50 euro anziché 1,80 l'ha resa ancora più buona. Carne tenerissima e speziata come si deve per il roast beef servito per secondo: 2 euro e non più 2,50. E che dire del caffè? Precipitato a 42 centesimi anziché i 50 pagati fino a venerdì scorso (e che nel famoso bar accanto a Palazzo Madama vola a 1 euro per i comuni mortali). Da oggi, quando come ogni martedì "torneranno al lavoro" dal lungo weekend, i 315 senatori si imbatteranno nella novità che di questi tempi vale doppio: sconto del 20% per tutti i prodotti serviti in buvette."

I nostri onorevoli senatori pagano all'incirca 4 euro, centesimo più centesimo meno, per un pasto completo: primo, secondo, contorno, bibita e caffè.

Io tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, devo accontentarmi di un pranzo al cardiopalma al bar. Solitamente mangio un panino o, in alternativa, un'insalata mista con mezza scatoletta scarsa di tonno e qualche pezzetto di mozzarella. Per risparmiare, mi porto una bottiglietta d'acqua e un frutto da casa. Mi porterei volentieri anche i chicchi di caffè e la macinacaffè, se non fosse che proprio non ho tempo per prepararmi da sola la deliziosa e aromatica miscela.

Il conto? 5 euro e 50 centesimi.


Sapete cosa vi dico, cari senatori? Che il vostro pranzo completo vi vada di traverso!

domenica 1 marzo 2009

E comunque sia...altro cielo c'è.

"E' nel momento in cui dubiti di volare

che perdi per sempre la facoltà di farlo"

Jim Morrison

venerdì 27 febbraio 2009

C'era una volta, tanto.. forse troppo tempo fa.

Ho un blocco. Non riesco a scrivere. Continuo a ripetermi che è per via della stanchezza, dell'essere sempre in arrivo e in partenza dalla stazione, su e giù dal treno, dentro e fuori dalle aule di Lettere e Filosofia. Ma non ci credo fino in fondo nemmeno io, figuriamoci.

E dire che di cose da raccontare ne avrei..

Per esempio del ragazzo cieco che ho visto ieri in stazione, accompagnato dal suo cane-guida. Un labrador bellissimo. Si guardava intorno con un'attenzione per i particolari che mi ha lasciato senza parole. Io ero già salita sul treno e per una sequenza di secondi interminabili sono stata lì, imbambolata a guardarli attraverso il finestrino. Il ragazzo s'è chinato, l'ha accarazzato, gli ha sussurrato qualcosa alle orecchie. Mi è venuto da piangere e ho pianto, dietro i miei scurissimi occhiali da sole.

Per esempio del tramonto di stasera, quando verso le 18.15 pedalavo verso casa e ho sollevato lo sguardo dall'asfalto che correva sotto di me al cielo immobile sulla mia testa. C'era tanto profumo di primavera, di giornate che si allungano, di colori che riscaldano. C'era quel rosa misto aranciorossogiallo che non posso descrivere.. rovinerei l'immagine che in questo momento avete già nella vostra mente e che sì, è proprio lo stesso tramonto che ho visto io stasera. Niente di trascendentale, figuriamoci.. solo, guardandolo, mi sono commossa. Di nuovo.

Per esempio del ragazzo down che tutti i martedì alle 12.20 sale sull'autobus 3, quello che dalla biblioteca mi porta a casa. Conosce tutti i conducenti, ogni volta saluta quello di turno con un sorriso capace di sciogliere come il sole scioglie il gelato d'estate. Chiede sempre conferma del tragitto e poi si mette a chiacchierare con i visi noti incontrati spesso nell'arco di quel breve viaggio. Non l'ho mai visto imbronciato. Sono cose da invidiare queste. Piccole grandi cose da invidiare.

Perchè sì, credo di aver perso per la strada un po' di quel senso della Semplicità che mi ha sempre contraddistinto e grazie al quale, spesso e volentieri, ho sorriso alla vita nonostante tutta una serie di circostanze. Forse è per questo che non riesco più a scrivere. Provo un forte senso di colpa per tutta la felicità lasciata scivolare tra le dita come se non valesse niente e fosse facilmente recuperabile. Come se mi fosse dovuta.. e invece non lo è mai.

Sono molto arrabbiata con me stessa. Da anni, ma ultimamente in modo particolare. Perchè parlo parlo parlo, ma alla fine non concludo un emerito. Perchè piango per un ragazzo cieco e il suo cane e poi un attimo dopo sto sbuffando per un insignificante particolare della mia vita che non è esattamente come vorrei. Perchè mi sto chiudendo sempre più in un mondo tutto mio, forse mi difendo, ma da cosa non lo so.. dal grigiore, dallo squallore, dalla superficialità.. ma se io per prima.. vabè, niente.. parole al vento.

Qualcuno mi racconti una favola, per l'amor del cielo.

domenica 22 febbraio 2009

Mamma mia che roba.


Comunque quella sera, non so se perchè era il momento giusto, se era per il nostro sentimento o semplicemente perchè avevamo steso una bottiglia di vino in due, dopo aver mangiato abbiamo fatto l'amore.
Mi sono trovato nel letto con lei tra le braccia. Completamente nudi.
Tenevo il suo viso tra le mani. Come la cosa più preziosa al mondo. Le accarezzavo le guance, la fronte e le spostavo i capelli. Mamma mia che roba. Ero gonfio, pregno d'amore. Seguivo la linea delle sopracciglia, del naso, delle guance e delle labbra con la punta del mio naso. Poi sono sceso sul collo. L'ho baciato fino alla spalla. Poi ancora il collo, poi le labbra facendole sentire appena appena la punta della lingua, poi nuovamente il collo fino all'altra spalla. Sono sceso con la bocca sulla linea tra i due seni e poi, uno alla volta, li ho visitati lentamente accompagnandomi con la mano. Li sollevavo piano verso le labbra. La sua pelle così liscia, il suo colore, il suo profumo, mi... mi... boh! C'è una parola? Non c'è.
Le ho baciato i fianchi, la pancia e poi lentamente sono sceso passando per l'inguine fino al ginocchio e infine la caviglia. Nel silenzio di quel lungo viaggio c'erano attimi in cui la sentivo tremare con piccoli brividi. Sono risalito e ridisceso sull'altra sponda, sull'altra gamba. Poi l'ho baciata piano. L'ho baciata dove il nostro desiderio si incontrava. La mia lingua percorreva delicatamente un piccolissimo tratto umido e caldo come fosse una striscia di lava. La accompagnavo con le dita. Poi sono risalito e sono entrato dentro di lei.
Non ci sono stati grandi movimenti. I nostri corpi si muovevano poco e molto lentamente. Erano grandi abbracci. Ci si stringeva e ci si comprimeva l'uno contro l'altro. Cercavamo e trovavamo incastri perfetti. Un puzzle fatto solamente da due pezzi. Io e lei.
Le sentivo il respiro spezzato da sussulti. Ogni respiro era amplificato. Ricordo che mentre salivo e scendevo piano piano sopra di lei come un'onda ci siamo presi le mani. Le mie dita tra le sue. Una stretta forte, poi delicata, poi ancora forte.

La mattina mi sono svegliato prima di lei e sono rimasto a guardarla dormire. Sembrava una bambina. Chissà dov'era con la mente in quel momento, chissà cosa stava sognando. Guardavo il respiro che le muoveva la pancia e ho iniziato a respirare con la sua stessa cadenza. Respiravo in simbiosi con lei.

Prima di uscire ho apparecchiato la sua colazione.
Sul sacchetto dei biscotti ho attaccato un post-it con la mia dichiarazione d'amore.

Tu sei tutto ciò che prima
non sono mai riuscito a dire,
mai riuscito a vedere, fare, capire.
Finalmente sei qui... ho aspettato tanto.
Ci vediamo stasera.


Tratto da "E' una vita che ti aspetto"
di Fabio Volo.

lunedì 9 febbraio 2009

Ciao, Eluana.

domenica 8 febbraio 2009

Dedicato a Te* .

Portami oltre, che lo sai fare..

* Il "Te" del titolo non è riferito a quel fantomatico ed ipotetico professore di 2 post fa.

Il fatto poi che sempre quell'ipotetico professore abbia lineamenti e tratti tipicamente mediterran-spagnoli è puramente casuale.

Lo so che non mi credete, ma vi garantisco che è così!!

venerdì 6 febbraio 2009

Non a me, ricordatevelo.

E' rientrata a casa sconvolta e ci ha detto:

" Nel caso dovesse succedere a me una cosa del genere, voi dovete intervenire e far sospendere questi sostegni vitali perchè io provo orrore ad essere invasa in tutto e per tutto nel mio corpo da queste macchine e da mani altrui.

Quindi non a me, ricordatevelo, in questa situazione. "

Video del 2007.

martedì 3 febbraio 2009

Ipoteticamente parlando.

Secondo voi, se io..
ipoteticamentissimante parlando..
mi fossi presa una cotta per un.. ehm..
professoreconilqualedovròsostenerelasecondapartediunesame...
ehm
sarebbe un problema?
Voglio dire,
il famoso "miscere utile dulci" non potrebbe,
sempre ipoteticamentissimamente parlando..
tornarmi utile come arma sedutt..
ehm,
volevo dire
studentesca?
Pensate che,
a-d-d-i-r-i-t-t-u-r-a
con questo ipoteticissimo professore,
ma guarda un po' il destino,
seguiremo un laboratorio di scrittura..
Voglio dire,
s-c-r-i-t-t-u-r-a
.. proprio quella cosuccia che a me è sempre garbata tanto.
















E che, una voce diabolica mi suggerisce imperterrita all'orecchio,
forse forse d'ora in poi mi garberà di più assai.

domenica 1 febbraio 2009

E quando riaprì gli occhi.

".. E quando riaprì gli occhi vide Avram seduto di fronte a lei, con lo zaino appoggiato a una roccia, perso dentro di lei.

Una volta, quando la osservava in quel modo, con quello sguardo, lei si metteva subito a nudo davanti a lui, perchè la scrutasse dentro, indisturbato. Non permetteva a nessuno di guardarla così, nemmeno a Ilan. Solo ad Avram dava questa possibilità, gliela dava, come in quell'espressione disgustosa. Gli dava tutta se stessa. Era stato così fin quasi dal primo momento in cui lo aveva conosciuto, perchè aveva la sensazione, la convinzione - bè, ancora con le tue convinzioni? Erano desideri, illusioni, ma non impari mai niente? - che dentro di lei ci fosse qualcosa, o qualcuno, che nemmeno lei conosceva bene, forse la solita Orah ma in una composizione diversa, più fedele alla sua natura, più precisa, meno vaga, alla quale Avram probabilmente sapeva come arrivare. Era l'unico che la conoscesse veramente e potesse fecondarla con lo sguardo, con la sua sola esistenza. Senza di lui lei semplicemente non esisteva, non aveva vita, quindi era sua, di diritto.

Era stato così a sedici anni, a diciannove, a ventidue. Orah distolse bruscamente lo sguardo. Temeva forse che Avram potesse ferirla lì, punirla per qualcosa, vendicarsi di lei in quel punto. O magari avrebbe scoperto che non c'era più niente dentro di lei, che la Orah che gli era appartenuta si era inaridita ed era morta insieme a ciò che si era inaridito ed era morto dentro di lui.

Sedevano in silenzio, metabolizzando ciò che era appena avvenuto. Orah si stringeva le ginocchia, diceva tra sè che non era più tanto accessibile e avvicinabile come un tempo, nemmeno a se stessa. Neppure lei si accostava più a quel punto dentro di sè. Probabilmente per via della vecchiaia, si disse (da un po' di tempo provava la strana ansia di proclamarsi vecchia, come se non avesse la pazienza di aspettare il sollievo della dichiarazione ufficiale del fallimento). E' così che funziona: gli esseri umani si separano da se stessi ancora prima che lo facciano gli altri, addolcendo il colpo che, in ogni caso, subiranno di lì a poco."

Tratto da "A un cerbiatto somiglia il mio amore"
di David Grossman