
La stanza era quasi al buio. Mi ci addentrai per qualche passo, cercando di aguzzare la vista. A quel punto sentii che la porta si chiudeva alle mie spalle e, quando mi voltai, la bambina era sparita. Sentii scattare il meccanismo della serratura e seppi di essere chiuso dentro. Per un minuto rimasi lì, immobile. Lentamente gli occhi si abituarono alla penombra e i contorni della stanza si materializzarono intorno a me. Le pareti erano ricoperte di tela nera dal pavimento al soffitto. Su un lato si indovinava una serie di strani aggeggi che non avevo mai visto e che non fui in grado di decidere se mi paressero sinistri o tentatori. Un ampio letto circolare giaceva sotto una testiera simile a una grande ragnatela da cui pendevano due candelieri nei quali due ceri neri ardevano sprigionando quel profumo di cera che si annida nelle cappelle e nelle camere ardenti. Accanto al letto c'era una grata dal disegno sinuoso. Rabbrividii. Quel posto era identico alla camera da letto che avevo creato nella finzione per la mia ineffabile vampira Chloè e le sue avventure nei Misteri di Barcellona . C'era puzza di bruciato. Mi preparavo a cercare di forzare la porta quando mi accorsi di non essere solo. Mi fermai, raggelato. Un profilo si disegnava dietro la grata. Due occhi brillanti mi osservavano e riuscii a distinguere le dita bianche e affusolate, con lunghe unghie smaltate di nero, che spuntavano dai fori della grata. Deglutii.
"Chloè?" mormorai.
Era lei. La mia Chloè. L'operistica e insuperabile femme fatale dei miei racconti, in carne e lingerie. Aveva la pelle più candida che avessi mai visto, e i capelli neri e lucidi tagliati ad angolo retto le incorniciavano il viso. Le labbra sembravano dipinte di sangue fresco e nere aure d'ombra le circondavano gli occhi verdi. Aveva movenze feline, come se quel corpo attillato in un corsetto rilucente come squame fosse d'acqua e avesse imparato a prendersi gioco della gravità. La gola slanciata ed interminabile era circondata da un nastro di velluto scarlatto dal quale pendeva un crocifisso rovesciato. La osservai avvicinarsi lentamente, incapace perfino di respirare, gli occhi inchiodati a quelle gambe disegnate con tratto impossibile dentro calze di seta che probabilmente costavano più di quanto io guadagnassi in un anno e sostenute da scarpe a punta annodate alle caviglie con nastri di seta. In vita mia non avevo mai visto niente di così bello, nè di così terribile.
Mi lasciai condurre da quella creatura fino al letto, dove caddi, letteralmente, di culo. La luce delle candele accarezzava il profilo del suo corpo. Il mio volto e le mie labbra rimasero all'altezza del suo ventre nudo e senza nemmeno rendermi conto di quello che stavo facendo la baciai sotto l'ombelico e le sfiorai la pelle con la guancia. A quel punto mi ero dimenticato chi ero e dove mi trovavo. Lei si inginocchiò di fronte a me e mi prese la mano destra. Languida, come un gatto, mi leccò le dita a una a una, poi mi fissò e cominciò a spogliarmi. Volevo aiutarla, ma sorrise e allontanò le mie mani.
"Shhh."
Quando ebbe finito, si accostò al mio viso e mi leccò le labbra.
"Adesso tu. Spogliami. Piano. Molto piano."
Seppi allora di essere sopravvissuto a un'infanzia malaticcia e spiacevole solo per vivere quei secondi. La spogliai lentamente, sfogliandole la pelle finchè le restarono solo il nastro di velluto intorno alla gola e quelle calze nere del cui ricordo tanti poveracci come me avrebbero potuto vivere cent'anni.
"Accarezzami"mi sussurrò all'orecchio. "Gioca con me."
Accarezzai e baciai ogni centimetro della sua pelle come se volessi memorizzarlo per tutta la vita. Chloè non aveva fretta e rispondeva al tocco delle mie mani e delle mie labbra con leggeri gemiti che mi guidavano. Poi mi fece stendere sul letto e mi ricoprì con il suo corpo finchè sentii bruciare ogni poro. Le posai le mani sulla schiena e percorsi la linea miracolosa che segnava la sua colonna vertebrale. Il suo sguardo impenetrabile osservava il mio viso da pochi centimetri di distanza. Sentii che dovevo dirle qualcosa.
"Mi chiamo..."
"Shhhh."
Prima che potessi dire qualche altra stupidaggine, Chloè appoggiò le sue labbra sulle mie e, per un'ora, mi fece scomparire dal mondo. Consapevole della mia goffaggine, ma lasciandomi credere che non la notava, Chloè anticipava ogni mio movimento e guidava le mie mani lungo il suo corpo senza fretta nè pudore. Non c'era fastidio nè assenza nei suoi occhi. Si lasciava toccare e assaporare con infinita pazienza e con una tenerezza che mi fece dimenticare com'ero giunto fin lì. Quella notte, per il breve spazio di un'ora, imparai ogni piega della sua pelle come altri imparano le preghiere o le maledizioni. Più tardi, quando quasi non mi restava più fiato, Chloè mi lasciò appoggiare la testa sui suoi seni e mi accarezzò i capelli durante un lungo silenzio, fino a quando mi addormentai tra le sue braccia con la mano tra le sue cosce.
Tratto da "Il Gioco dell'Angelo"
di Carlos Ruiz Zafòn






