sabato 9 agosto 2008

Io me ne vado tra le rose.

Narra una leggenda che fra i massicci rocciosi del Catinaccio ci fosse un immenso giardino di rose (da cui il corrispettivo nome tedesco, Rosengarten), governato da Re Laurino.
Re Laurino a sua volta regnava su un popolo di nani che scavava nelle viscere della montagna alla ricerca di cristalli, argento ed oro e possedeva altresì due armi magiche: una cintura che gli forniva una forza pari a quella di dodici uomini ed una cappa che lo rendeva invisibile. Un giorno il re dell'Adige decise di sposare la bella fanciulla Similde. Per questo motivo invitò tutti i nobili del regno ad una gita di maggio, tutti tranne Re Laurino. Ma questo decise di partecipare comunque, come ospite invisibile. Quando Laurino sul campo del torneo cavalleresco vide Similde, colpito dalla sua stupenda bellezza, se ne innamorò perdutamente e decise di rapirla e di portarla con sè. Hartwig, il promesso sposo della principessa, chiese aiuto al re dei Goti ed assieme ai suoi guerrieri salì sul Catinaccio. Re Laurino allora indossò la cintura, che gli dava la forza di dodici uomini e si gettò nella lotta. Quando si rese conto che nonostante tutto stava per soccombere, indossò la cappa e si mise a saltellare qua e là nel giardino, convinto di non essere visto. Ma i cavalieri riuscirono ad individuarlo osservando il movimento delle rose sotto le quali Laurino cercava di nascondersi. Lo afferrarono, tagliarono la cintura magica e lo imprigionarono. Laurino, irritato per il destino avverso, si girò verso il Rosengarten, che lo aveva tradito e gli lanciò una maledizione: nè di giorno, nè di notte alcun occhio umano avrebbe potuto più ammirarlo. Laurino però dimenticò il tramonto e così da allora
accade che il Catinaccio, sia al tramonto sia all'alba, si colori tingendosi di un magnifico rosa...



mercoledì 6 agosto 2008

Un ricordo.


La mia tesi parlerà della Resistenza partigiana nella zona di Imola. E allora in questi giorni sto leggendo un mucchio di libri sul tema, alcuni sulla Resistenza in tutta Italia, altri sulla Resistenza nella regione Emilia-Romagna. Per farmi un'idea generale, prima di entrare nello specifico di queste mie colline qua. E allora tra questi libri c'è quello che sto leggendo proprio adesso, che è particolarmente bello ed emozionante, perchè quasi interamente basato su testimonianze orali di gente comune e di partigiani, di abitanti delle pianure o delle montagne e di combattenti che in quelle pianure e in quelle montagne si nascondevano e lottavano. Uno dei capitoli si intitola "La mutata quotidianità fra Marzabotto e Monzuno". Senza tanti fronzoli di contorno, ne voglio riportare qualche estratto e, in particolare, voglio trascrivere la testimonianza di Luisa Pellicciari, che all'epoca dei fatti narrati era solo una bambina.


"Si può dire che sia stata la situazione di emergenza ad innescare meccanismi capaci di trasformare e sgretolare le forme di una consolidata socialità. Il lento scorrimento della vita quotidiana con le feste e le tradizioni cadenzate in un tempo quasi immobile, subisce una traumatica lacerazione con l'occupazione subìta. Alcune piccole frazioni quasi scompaiono e ciò che rimane non è più come prima.
La perdita delle feste è il primo segnale di un'emergenza che lascerà effetti duraturi e la pace non potrà più ripristinare gli equilibri perduti. Le feste nelle zone rurali sono innanzitutto riti che sanciscono o confermano l'unione della comunità, ma nel conflitto che si sta sviluppando l'unione della comunità è minacciata, per quanto non si trovino che sparuti segnali della presenza di fascisti repubblicani in queste frazioni.
Durante la guerra non esiste festa e non esiste tregua. Il primo bombardamento del martoriato Vado, sul quale si possono contare 23 incursioni aeree, avviene il 18 maggio 1944, festa dell'ascensione. "Comparvero i vestiti nuovi (...), le donne avevano preparato i tortellini", ma il tempo molle e rilassato del giorno festivo subisce un traumatico quanto inaspettato scossone: la festa consuetudinaria diventa tragedia. Franceco Pirini aveva visto il padre avviarsi verso il paese prima del bombardamento e nel momento degli scoppi teme il peggio, difatti lo trova sulla strada colpito a morte.

(...) Anche ai bambini la guerra porta via le feste e restringe gli svaghi. Eppure l'innocente speranza fanciullesca non si stanca di immaginare, tra le macerie e gli eserciti occupanti, il ritorno della festa, pur nell'inevitabile e dolorosa presa di coscienza che le cose sono cambiate. Il brano che si riporta, tratto dalla testimonianza di Luisa Pellicciari, è un condensato di ingenuità, speranze e timori:

C'erano gli americani e avevano messo gli alberi di Natale e a tutti i bimbi avevano fatto i doni. E allora chiesero a mamma perchè non avevamo fatto i doni di Natale e allora mia mamma spiegò che per noi in Italia c'era la Befana a portare i doni. E gli raccontò insomma di questa vecchietta. La mamma mi aveva detto: - Guarda la Befana non può venire quest'anno perchè ha paura di volare in cielo. Capito? Ci sono i bombardamenti, gli aeroplani, come vuoi che faccia questa vecchietta, poverina che è a cavallo di una scopa. -
Allora io mi ero rassegnata a questa festa che sarebbe stata senza la Befana. Un giorno un soldato mi vede un po' triste, così, e allora mi chiede: Perchè sei triste? - Perchè non viene la Befana - (...) Questo soldato sparisce e dopo qualche giorno arriva con un baule di roba c'era cioccolato, cioccolatini, mandarini, le caramelle, le arance, tutte quelle cose che si usavano mettere nella calza, i colori e perfino una bottiglina di vinsanto. (...)
Il mattino della Befana io mi svegliai, ero una bimba sempre speranzosa che questa Befana fosse arrivata e dicevo - Però i bombardamenti si sono calmati, può darsi che arrivi.- E la mamma diceva: - Ma, spera. metti ben due o tre paia di calze, proviamo.
Allora io mi ricordo che misi tre calzettoni appesi in cantina che c'erano i chiodi per appendere i salami. (...) Alla mattina erano tutti pieni. Io non... c'è la felicità di una bambina, io penso che non ho mai provato una felicità come quel momento lì, perchè non aspettare niente e alla mattina trovarle queste calze piene di ogni ben di Dio. (...) Pensavo a uno scherzo e andai subito a controllare le mie vecchie cioccolate, erano intatte. (...) Questo soldato americano aveva fatto la felicità di una bambina. - Da me è arrivata la Befana - dicevo agli altri bambini.
- Ma come da noi non è arrivato niente. -
- Si vede che da me ci sono i soldati in casa e la Befana non ha avuto paura. -"

lunedì 4 agosto 2008

Io.


Io che da piccola mi sono sempre mangiata le unghie e ho smesso solo da pochissimo tempo.
Io che non ho mai amato nulla del mio corpo, eccezion fatta per il naso a patatina.
Io che, nonostante questo, ho sempre detto non mi sarei mai e poi mai ritoccata o rifatta un bel niente.
Io che oggi, mentre correvo, mi sono guardata le mani e ho visto queste unghie belle, perfette, ricostruite venerdì scorso, ma che non saranno mai naturalmente mie.
Io che mi sono chiesta perchè continuo a voler essere ciò che non sono.
Io che mi sono chiesta perchè continuo a lisciarmi i capelli quando invece, se li lascio asciugare al vento, come ora, diventano ricci come li avevo da bimba.
Io che mi sono risposta che è per piacere agli altri, ma che così non arriverò mai da nessuna parte, se prima non piaccio a me stessa.
Io che odio gli stereotipi ma che tante volte maledico il mio sentirmi e comportarmi in modo strano, incomprensibile e diverso.
Io che tante volte vorrei stereotiparmi anch'io e diventare razionale e sapere sempre cosa fare e come farlo ed essere sempre sorridente e spensierata.
Io che, a chi mi chiede quale sia il mio sogno, rispondo: scrivere.
Io che sono la prima a sapere che non lo realizzerò mai.
Io che invidio la gente che si diverte in discoteca, che sa dormire fino a mezzogiorno il giorno dopo, che sa andare forte in macchina con la musica a busso. La gente che chiama tutto questo "vita", che chiama tutto questo "avere vent'anni".
Io che tutte le volte in cui corro mi chiedo sempre, ogni sacrosanta volta, da chi o da cosa sto scappando.
Io che forse dovrei soltanto mettermi davanti ad uno specchio per avere la risposta.
Io che 5 anni fa, di questi giorni, pesavo 42 chili e a non farmi sbiadire del tutto sono stati, forse, soltanto quei pochi muscoletti che la corsa mi ha regalato.
Io che oggi non so se amare o odiare queste cosce forti, non so se vergognarmi quando corro e sono tutta sudata e mi sento su un altro pianeta - minuscolo e sperduto nell'universo - rispetto alle fighe che non muovono un muscolo ma sembrano avere il mondo ai loro piedi.
Io che tra una settimana parto per le montagne e non vedo l'ora di essere in cima ad una vetta, al freddo, per sentire quel calore che quest'afa opprimente di pianura non sa darmi.
Io che la scelta universitaria..non so..è davvero mia?
Io che non parlo mai di me, che so farlo solo scrivendo ed era tanto, troppo tempo che non scrivevo così.
Io che alla gente che mi chiede come sto rispondo sempre che sto bene, che me la cavo.
Io che subito dopo chiedo a quella gente di parlarmi di lei, perchè preferisco stare ad ascoltare che raccontare.
Io che, quando il cardio-frequenzimentro mi dice di rallentare, molto spesso non obbedisco, convinta come sono che quello sforzo, rispetto ad altri già vissuti, è davvero minimo e tollerabile.
Io che prima, sotto la doccia, ho visto cadere il braccialettino che avevo al polso dall'estate del 2006.
Io che non mi ricordo il desiderio che avevo espresso allacciandolo, ma che spero tanto si realizzi comunque.

Io che so benissimo da dove vengo, ma non ho la più pallida idea di dove cazzo andare.



domenica 3 agosto 2008

Freddo ad agosto.


Freddo, sì, proprio lui.

Perchè, la verità, è che quella che sono a me non basta ancora. Non basta mai.

E si fa dura, molto dura.


martedì 29 luglio 2008

Pensieri correnti.


Certo che oh, chi l'avrebbe mai detto che esisteva una biblioteca così. Piccolina, piccolissima, con un'unica sala-studio di 10 posti soltanto, fitta di libri tutti sulla Storia e sulla Resistenza partigiana di Imola e dintorni. Chi l'avrebbe mai detto che, parlando con quel signore dai capelli bianchi, quel signore che la Resistenza l'ha vissuta sulla pelle, si sarebbe ricordato di mio nonno e avesse esclamato, entusiasta: "Nicola? Ma certo! E' stato anche segretario dell'A.n.p.i !". Venezia io me la ricordavo quando ci sono andata con i miei e una mia compagna di classe, boh, avrò fatto le medie.. il viaggio in treno, allora, mi era parso eterno, mentre ieri.. 2 ore da Bologna ed eccoci in stazione, che poi esci e ti ritrovi di fronte il mare. Venezia è stupenda e i sospiri non li fai solo quando vedi il ponte omonimo..i sospiri li fai ad ogni piccolo ponte, ad ogni caletta nascosta. Ma perchè diamine sto cardio-frequenzimetro deve bippare anche quando non sto sforzando il cuore..mi fa prendere dei colpi, accidenti, mi dice che c'ho la frequenza cardiaca a più di 200, eccccchecccavolo, neanche fossi in punto di morte..maledette interferenze di non so cosa. A volte le cose semplici hanno ancora il potere di stupirmi e allargarmi il cuore. Robe da non credere, visto e considerato con quanta insistenza il mondo remi in direzione opposta. Eppure non posso fare a meno di pensare all'altra sera, a quanto sia stato bello concludere la serata a casa di amici..fuori e dentro un caldo atroce, ma tante chiacchiere sincere e si fanno le 3 di notte come niente. Ma che palle sti camionisti che non possono fare a meno di pigiare il clacson ogni volta che vedono un essere femminile sgambettare con canotta e pantaloncini corti. Io a certi maschi li castrerei.. oppure farei provare loro l'ebrezza di essere inchiappettati senza il loro consenso, a vedere se la piantano di sbavare alla sola vista di un ombelico scoperto. Berlusconi è davvero la caricatura di se stesso..ha avuto la faccia tosta di chiedere chi lo ripagherà dei soldi spesi per far fronte a tutti i processi che gli sono stati intentati. Ma porca loca, ma perchè dall'altra parte non c'è mai nessuno capace di sputargli in un occhio e di dirgli che il poveraccio accusato ingiustamente ha mille e mille volte più di lui il diritto di essere risarcito! Due settimane e sarò tra le mie montagne. Tutto l'anno che aspetto questo momento e finalmente manca poco. Vorrei perdermi, io, tra le Dolomiti. E che nessuno, a parte forse qualcuno, mi trovasse più. Vorrei perdermi lassù e fare la spola ogni giorno da un rifugio ad un altro e poi ad una malga e poi vorrei bere latte appena munto tutte le mattine e poi ho voglia di sentire il sudore sulla pelle quando arrivo in cima e c'è una croce e sotto la croce c'è un taccuino vecchio vecchio e metterci la mia firma per dire "io sono stata quassù"..per dirlo a chi non lo so, forse a me stessa, forse al silenzio maestoso delle rocce. Non sono nata con un sogno nel cassetto e mi sono sempre sentita una pecora nera per questo.. il fatto è che di sogni io, nella mia vita, ne ho avuti a momenti troppi, troppo grandi e tutti insieme; in altri momenti nessuno, mi sono lasciata cullare e poi affondare da certe onde enormi.. Merda, quando corro divento melodrammatica all'ennesima potenza. Sti pensieri sarebbe bello catturarli e metterli nel blog..ma chi se ne ricorderà più una volta a casa?! Ecco, lo sapevo, mi sono scordata di rispondere al messaggio di M. Cos'è che stavo pensando prima? Ah sì, i sogni.. Oh no eccolo, il nonnetto malefico..adesso me lo dice, adesso me lo dice, 3-2-1 : "Ciao bella! Sei bellissssima!! Sei il mio tesoro!!" Eccccheppalle, l'ho capito..e poi togli quel "mio", che mi sa troppo da sudicio e mi vengono i brividi dallo schifo e non mi piace. Oh a me i vecchietti piacciono tanto eh.. fosse per me, li abbraccerei tutti.. quelli dell'altra sera poi, ai mercatini di Brisighella, quella coppia marito e moglie che vendeva ceste in vimini fatte a mano..quanto erano dolci! Se ne stavano al buio rispetto al resto delle bancarelle, le ceste attaccate alla bell'è meglio alla loro Cinquecento vecchissima e aspettavano, in silenzio. Quando ho chiesto: "Quanto viene questa?", il vecchietto si è alzato, mi ha sorriso e, quasi incredulo di fronte al mio interesse, ha risposto, candidamente: "Quanto viene? Ma sa che non ci ho nemmeno pensato?". Era contento, si vedeva. E mi ha chiesto solo 5 euro.. io, per simpatia e tenerezza, gliene avrei dati infinitamente di più.

venerdì 18 luglio 2008

La Locomotiva Umana.

Correva con la testa piegata all'indietro, i gomiti vicini al corpo, una smorfia di sofferenza stampata sul viso: il suo stile era quanto di più lontano dall'armonia di un bel gesto atletico (a chi glielo facesse notare era solito rispondere: "Non ho abbastanza talento per correre e sorridere allo stesso tempo"), ma la sua resistenza e la sua corsa erano quelle di un gigante. Emil Zatopek è stato l'uomo simbolo dei Giochi Olimpici di Helsinki 1952, dove in un grande spettacolo sportivo compì un'impresa leggendaria vincendo nell'arco di una settimana 3 medaglie d'oro: nei 5.000 metri, nei 10.000 metri e nella maratona. Era il 27 luglio quando lungo i viali alberati di Helsinki, nella patria di Paavo Nurmi, maratoneta nove volte campione olimpico finlandese, si correva la maratona che vedeva favorito l'inglese Jim Peters, detentore del record mondiale. Zatopek era al suo esordio assoluto sulla distanza dei 42 chilometri e la sua strategia di gara era semplice: seguire il più possibile la tattica di Peters, esperto in materia. Il britannico impose un ritmo altissimo alla corsa, Zatopek gli rimase ostinatamente incollato, parlottando ogni tanto con lui per chiedere se il ritmo fosse adeguato. Peters non terminò la corsa, forse stremato dal ritmo forsennato da lui stesso imposto. Zatopek concluse la gara con una delle sue straordinarie accelerazioni, entrando nello stadio olimpico in perfetta solitudine, accolto dall'ovazione della folla. L'impresa fece il giro del mondo e conferì a Emil Zatopek la popolarità universale che gli valse il soprannome di Locomotiva Umana. Nello stesso giorno in cui Emil vinse la maratona, sulla pedana del lancio del giavellotto la moglie Dana Ingrova si imponeva sulle avversarie.

Emil Zatopek nasce il 19 settembre 1922 a Koprivinice, Cecoslovacchia, nella regione della Moravia. Cresce in una famiglia numerosa e umile, sostenuta dal padre di mestiere calzolaio. Emil lavora come operaio in una fabbrica di scarpe quando in una gara sociale organizzata dal suo datore di lavoro, appassionato di sport, arriva secondo, senza alcuna esperienza nè allenamento. Capisce di avere una predisposizione e un talento particolare per la corsa e anche se può sembrare tardi, all'età di vent'anni, inizia a coltivarlo nei ritagli di tempo: corre di sera dopo il lavoro, oppure di mattina e anche di notte, come permettono i turni in fabbrica. Arruolato durante la seconda guerra mondiale, è in questa circostanza che Zatopek si dedica totalmente alla disciplina sportiva, mettendo a punto programmi di allenamento duri e intensi, correndo almeno quattro ore al giorno su qualsiasi tipo di terreno. Il suo segreto forse è stato proprio quello di unire alla sua straordinaria capacità fisica, e alla sua ferrea volontà, carichi di lavoro sovrumani e massacranti. Il suo motto era "la corsa come abitudine".


Zatopek fu anche precursore del cosiddetto interval-training che consiste nella ripetuta serie di 400 metri, interrotti da 200 metri di recupero. Talvolta in gara applicava la stessa tattica piazzando continui cambi di ritmo per stroncare gli avversari nel corso della prova. Ancora oggi questo metodo è alla base della preparazione atletica dei mezzofondisti.


Il nome di Emil Zatopek si segnala per la prima volta agli Europei di Oslo del 1946: ottiene il quinto posto nella finale dei 5000. Vince poi nello stesso anno la gara dei 10.000, ai giochi interalleati di Berlino. Due anni dopo, alle Olimpiadi di Londra del 1948, conquista l'oro nei 10.000 (staccando il secondo arrivato di quasi un minuto) e l'argento nei 5.000. Da qui in avanti Zatopek sarà sempre uno degli avversari più temuti, macinerà risultati su risultati fino al 1954, restando imbattuto per sette anni e 38 gare. E' proprio nel 1954 che Zatopek ottiene i suoi ultimi due primati del mondo, con un'impresa non meno leggendaria di quella confezionata ai Giochi di Helsinki: nel giro di 48 ore porta il limite dei 5.000 a 13'57"2 e quello dei 10.000 a 28'54"2 (primo corridore di sempre a vincere i 10.000 in meno di mezz'ora). Ai Giochi Olimpici di Melbourne 1956, ormai 34enne e provato da una carriera estenuante, concluderà la maratona solo al sesto posto.


Il suo carisma e la sua volontà sono stati forti quanto i suoi polmoni e le sue gambe: quando la squadra ceca atterrò a Helsinki nel 1952 lui non c'era. Zatopek aveva ingaggiato da tempo un duro braccio di ferro con la sua federazione. La spartizione del mondo in due grandi blocchi sancita da Roosevelt, Churchill e Stalin nei vertici di Teheran e Yalta, aveva portato la Cecoslovacchia entro l'orbita d'influenza dell'Unione Sovietica. Sebbene fosse iscritto al partito, Zatopek non approvava la politica di escludere dalle selezioni olimpiche gli atleti sospettati di simpatie anti-comuniste. Così quando seppe che il suo amico e compagno di squadra Sebastian Jungwirth non avrebbe potuto unirsi alla squadra e coronare il proprio sogno di sportivo, perché figlio di un dissidente, anche Emil, il miglior atleta ceco, rinunciò alla convocazione. I dirigenti federali fecero allora retromarcia e sia Zatopek che Jungwirth raggiunsero il ritiro ceco con tre giorni di ritardo. Dopo l'apice della sua carriera sportiva, sia Emil che la moglie divennero figure di spicco della dissidenza cecoslovacca e furono tra i firmatari del manifesto di Alexander Dubcek, eroe della Primavera di Praga (1968). Dopo l'intervento militare sovietico che pose fine al movimento, anche Zatopek pagò cara la propria indipendenza di pensiero: espulso dalle fila dell'esercito fu costretto a lasciare la capitale e venne confinato tra le montagne della sua terra d'origine. Sopravvisse lavorando come addetto ad una stazione di servizio e poi come minatore. Nella metà degli anni '70 Zatopek divenne consulente e traduttore del ministero dello sport, ma è solo dopo il 1989, con il crollo del regime comunista, che Zatopek riacquistò la grande dignità nazionale che meritava.


Personaggio nella vita allegro e gioviale, sempre disponibile, Emil Zatopek si è definitivamente ritirato dal mondo sportivo nel 1982, per vivere a Praga insieme alla moglie Dana, che l'ha assistito fino al giorno della sua morte avvenuta il 21 novembre 2000.


mercoledì 9 luglio 2008

Numeri primi.

"I numeri primi sono divisibili soltanto per 1 e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell'infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo in là rispetto agli altri. Sono numeri sospettosi e solitari e per questo Mattia li trovava meravigliosi. Certe volte pensava che in quella sequenza ci fossero finiti per sbaglio, che vi fossero rimasti intrappolati come perline infilate in una collana. Altre volte, invece, sospettava che anche a loro sarebbe piaciuto essere come tutti, solo dei numeri qualunque, ma che per qualche motivo non ne fossero capaci. Il secondo pensiero lo sfiorava soprattutto di sera, nell'intrecciarsi caotico di immagini che precede il sonno, quando la mente è troppo debole per raccontarsi delle bugie.
In un corso del primo anno Mattia aveva studiato che tra i numeri primi ce ne sono alcuni ancora più speciali. I matematici li chiamano primi gemelli : sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perchè fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero. Numeri come l'11 e il 13, come il 17 e il 19, il 41 e il 43. Se si ha la pazienza di andare avanti a contare, si scopre che queste coppie via via si diradano. Ci si imbatte in numeri primi sempre più isolati, smarriti in quello spazio silenzioso e cadenzato fatto solo di cifre e si avverte il presentimento angosciante che le coppie incontrate fino a lì fossero un fatto accidentale, che il vero destino sia quello di rimanere soli. Poi, proprio quando ci si sta per arrendere, quando non si ha più voglia di contare, ecco che ci si imbatte in altri due gemelli, avvinghiati stretti l'uno all'altro. Tra i matematici è convinzione comune che per quanto si possa andare avanti, ve ne saranno sempre altri due, anche se nessuno può dire dove, finchè non li scopre."

Tratto da "La Solitudine Dei Numeri Primi" di Paolo Giordano.

venerdì 4 luglio 2008

Cosa c'è?

C'è che oggi correvo, di nuovo. C'è che oggi, mentre correvo, ho avuto un botta e risposta con Vasco. Molto costruttivo, in fin dei conti. Perlomeno liberatorio, ecco.


Ma che cosa c'è?? Non lo so Vasco, c'è che ho un groppo di emozioni tutte qui nel petto..
brutta storia eeh... Eeh già, poter buttare fuori tutto e viverlo fino in fondo..
Certo che a correre sempre, dici tu,
e quando mai ti fermi più?? Mai Vasco, non ti fermi mai più.
Ma che storia è?? La mia storia, solo mia.
sei in forma uè! Dici? Io non mi piaccio mai.
certo sei un bel fenomeno anche tu
per farti "prendere" così! Non ci posso fare niente. Io, in certe cose, sono tutto o niente.

Sai che cosa c'è?? No, non lo so, dimmelo tu
non importa SE... Ah no? Ma la mia testa è affollata di SE, come faccio??
ciò che conta costa sempre un po' di più Di questo me ne sono resa conto da un pezzo
o pago io, o paghi tu!! A sto giro offro io, tu mi dai già tanto con i tuoi pezzi

Ma che cosa c'è?? Ma che storia è?? Pensavo me lo dicessi tu..
certo proprio ci volevi solo tu.. Lo so, arrivo sempre quando meno ce lo si aspetta
e proprio e SOLO TU! Sono di troppo? Sono ingombrante con tutti questi pensieri&pare&paure? Annoio?

Ti vedo in forma ue'!! Ah beh, se insisti..Mi fai arrossire così..
sono in forma SE!! Alla grande!!
e sai che sei un bel fenomeno però... Da baraccone
o pago io o pagherò!! Ma t'ho detto che ci penso io,dai..
SAI CHE COSA C'E' ?? Me lo chiedo da una vita.
non importa CHE
quando tocchi il fondo vieni su,
vieni fuori oppure NON CI VIENI PIU'.. Ma io sto correndo e ho bisogno di sapere che sto correndo verso qualcosa, o, perlomeno, che mi sto allontanando da cio' che non voglio più.

Ti vedo in forma ue'!!
...LASCIA PERDERE... Ecco, ti sei risposto da solo
e tanto sei uguale e dai sei sempre tu
un po' di meno, un po' di più .. In fondo in fondo sì, dietro questi capelli ricci, pieni di boccoli, perchè lasciati asciugare al vento, ci sono sempre io. Purtroppo o per fortuna.


Ma che cosa c'è??
brutta storia eeh
Certo che a correre sempre, dici tu,
e quando mai ti fermi più??

lunedì 30 giugno 2008

Ssssssht. Adesso silenzio.

Prima correvo e nella testa passavano i pensieri di sempre. Quei pensieri che sono tutto e sono niente, perchè sono paure che si affacciano e poi scappano via; perchè sono raggi di felicità allo stato puro, che mi scaldano più della canicola di questi giorni afosi per poi correre via anche loro, lasciandomi sudata ed infreddolita. Prima correvo e nelle cuffie passavano le solite canzoni di sempre. Quelle canzoni che non mi stanco mai di ascoltare, perchè alcune mi riportano ad un preciso momento, bello o brutto che sia, illudendomi che tornare indietro nel tempo sia possibile; perchè quando certe note, quelle note, si rincorrono nel modo che ormai conosco bene, che è parte di me perchè ritma il mio fiato mentre corro e spinge il mio respiro quando è stanco, mi sembra quasi che il mondo intero se ne stia in silenzio a guardarmi passare. Prima correvo e, tutta presa da quei pensieri che sono tutto e niente e da quelle canzoni che non mi stanco mai di ascoltare, a fianco a me sono passate due persone: una più anziana e una più giovane. Due uomini. Due uomini che, ipotizzo io, erano padre e figlio. Il genitore in bici e il figlio dietro. Ma, mi spiego meglio, non nel seggiolino o che so io. Se ne stava dietro in una specie di carrellino, trainato dalla bici. E' stato un attimo, ma mi è bastato per scorgere le spalle esili esili di questo ragazzo, per notare che guardava di lato, per capire che non era un ragazzo come tutti gli altri. Il suo sguardo - non l'ho visto, ma sono quasi sicura fosse così - era fisso, intento su qualcosa, che forse era niente o, forse, lo sa soltanto lui. E io non so cosa mi sia preso, ma sono diventata tutta un brivido e ho sentito gli occhi riempirmisi di lacrime. Era da circa 75 minuti che correvo ininterrottamente, avevo un ritmo buono, tranquillo quanto bastava per non inciampare nella mia stessa lingua. Ma in quel preciso momento ho dovuto rallentare, prendere fiato, deglutire con più forza per mandare giù il magone. Attimo di pura dolcezza. Un padre che porta in giro suo figlio diverso da tutti gli altri, che forse non puo' muoversi, non puo' camminare, non puo' pedalare, non puo' ragionare con il ritmo frenetico con cui oggi tutti ragioniamo - se di ragionare si tratta. Un padre che, con 35 o forse più gradi all'ombra, pedalava sotto il sole e regalava un po' di brezza al suo ragazzo. Io adoro la vita, quando mi offre queste immagini. Perchè lo fa quando meno me l'aspetto, quando, tutta presa e assorta nel NIENTE, mi sbatte in faccia TUTTO. E allo stesso tempo odio la vita, la mia vita, perchè spesso mi porta ad essere egoista ed immatura, superficiale e meschina. La odio perchè dovrei prendere un diario e scrivere a caratteri cubitali di quel padre e di quel figlio, ricordarmene sempre e non soltanto quando m'imbatto in qualche cosa che mi trascina giù dalla mia nuvoletta grigio-rosa e mi dice: "Bimba, la realtà è questa". La realtà è che sei una povera bimba, con tante fregnacce per la testa quando invece, ogni giorno, dovrebbe essere grata di quello che ha e di quello che potrebbe avere. E allora questa bimba si mette una mano sul cuore, adesso, e promette di non dimenticare. Soprattutto, promette di farsi da parte, in modo tale che il mondo intero se ne stia in silenzio non per guardarLA passare, ma per guardare quel padre e quel figlio.