domenica 1 febbraio 2009

E quando riaprì gli occhi.

".. E quando riaprì gli occhi vide Avram seduto di fronte a lei, con lo zaino appoggiato a una roccia, perso dentro di lei.

Una volta, quando la osservava in quel modo, con quello sguardo, lei si metteva subito a nudo davanti a lui, perchè la scrutasse dentro, indisturbato. Non permetteva a nessuno di guardarla così, nemmeno a Ilan. Solo ad Avram dava questa possibilità, gliela dava, come in quell'espressione disgustosa. Gli dava tutta se stessa. Era stato così fin quasi dal primo momento in cui lo aveva conosciuto, perchè aveva la sensazione, la convinzione - bè, ancora con le tue convinzioni? Erano desideri, illusioni, ma non impari mai niente? - che dentro di lei ci fosse qualcosa, o qualcuno, che nemmeno lei conosceva bene, forse la solita Orah ma in una composizione diversa, più fedele alla sua natura, più precisa, meno vaga, alla quale Avram probabilmente sapeva come arrivare. Era l'unico che la conoscesse veramente e potesse fecondarla con lo sguardo, con la sua sola esistenza. Senza di lui lei semplicemente non esisteva, non aveva vita, quindi era sua, di diritto.

Era stato così a sedici anni, a diciannove, a ventidue. Orah distolse bruscamente lo sguardo. Temeva forse che Avram potesse ferirla lì, punirla per qualcosa, vendicarsi di lei in quel punto. O magari avrebbe scoperto che non c'era più niente dentro di lei, che la Orah che gli era appartenuta si era inaridita ed era morta insieme a ciò che si era inaridito ed era morto dentro di lui.

Sedevano in silenzio, metabolizzando ciò che era appena avvenuto. Orah si stringeva le ginocchia, diceva tra sè che non era più tanto accessibile e avvicinabile come un tempo, nemmeno a se stessa. Neppure lei si accostava più a quel punto dentro di sè. Probabilmente per via della vecchiaia, si disse (da un po' di tempo provava la strana ansia di proclamarsi vecchia, come se non avesse la pazienza di aspettare il sollievo della dichiarazione ufficiale del fallimento). E' così che funziona: gli esseri umani si separano da se stessi ancora prima che lo facciano gli altri, addolcendo il colpo che, in ogni caso, subiranno di lì a poco."

Tratto da "A un cerbiatto somiglia il mio amore"
di David Grossman

7 commenti:

Antonia ha detto...

Strano.Credevo di essere l'unica a farlo.Quando sto male,quando qualcosa o qualcuno mi ferisce,prendo le distanze da me stessa,prima che lo facciano gli altri.Prima che il Mondo stesso si allontani.
Esiste un punto dentro di me,oltre il quale non permetto a nessuno di accedere.So che c'è.Ne sono certa.A volte concedo ai miei occhi di sbirciare oltre quella muraglia ... ma non ho ancora trovato il coraggio di scavalcare la staccionata e scoprire cosa c'è dietro.


Un sorriso.Antonia.

JAENADA ha detto...

A volte chi riesce a penetrare nel nostro intimo è come se imprimesse un lungo fotogramma attraverso il quale percepisce di essere in contatto con il nostro profondo.L'errore,suo,è di pensare che ciò che ha intuito e fotografato sia l'immagine definitiva ed immutabile di ciò che siamo.E in base a ciò regola le sue deduzioni e i suoi comportamenti.
L'altro errore,il nostro,è attribuirgli la capacità di riuscire ad imprimere,con intuito e costanza,i nuovi fotogrammi che scansionano il nostro divenire.A cogliere,insieme a noi e,a volte,pretenziosamente,prima di noi,il fluire del nostro essere.
Finchè l'equivoco non si rivela.Ed esplode.

Baol ha detto...

Io faccio più che prendere le distanze, mi mando direttamente a quel paese...

Un bacio

Federica ha detto...

mi hai fatto venire voglia di leggerlo questo libro!

Ross ha detto...

Mi piace molto lo stile di Grossman, soprattutto per la sua capacità di maneggiare argomenti micidiali senza quella componente di violenza bestiale che sempre più spesso mi sembra emergere nelle parole e nei gesti degli esseri umani.
O meglio, trovo che nel descrivere sentimenti estremi abbia una specie di controllata, spietata delicatezza.
Che scriva un romanzo o un articolo di approfondimento su Israele e Gaza, che parli d'amore o di guerra, che improvvisi una riflessione sulla Shoah o su un figlio perso, mantiene sempre una limpidezza mentale notevole, che ammetto di invidiargli non poco.

Spippy ha detto...

ANTONIA:

Non sei l'unica. Siamo in 2. Anzi, in 3.. dimenticavo Orah ;)
Un bacio.

JAENADA:

E dopo.. che succede? Cosa provoca l'esplosione?

BAOL:

Mandarmi a quel paese è, per me, azione quotidiana. Mi prendo troppo sul serio e non riesco a smettere.

FEDERICA:

Mi fa piacere. Se lo leggerai poi voglio sapere che ne pensi :)

ROSS:

Anche in questo caso (come per la risposta che poco sopra ho dato ad Antonia) ti posso garantire che non sei l'unica a provare questa invidia. Sto a 'rosicà anch'io.. (non farci caso, ultimamente non so perchè ho alcune uscite con cadenza romanesca.. bah!) :)

Calogero Parlapiano ha detto...

vista la gran bella mole di materiale non posso non invitarti ed invitare contestualmente i tuoi amici al PREMIO NAZIONALE DI LETTERATURA E POESIA VINCENZO LICATA.
bando e scheda di partecipazione su www.vincenzolicata.it
mentre su facebook c'è il gruppo relativo al Premio.
un grande saluto! :-)
w la poesia!